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MASSIMILIANO SANTAROSSA INEDITO. DOVE NASCONO I MIEI ROMANZI

«Uno scrittore, per scrivere, deve entrare nel proprio pozzo nero e luminoso.»

Rispondo sempre così, quando alle presentazioni o al bar o per strada mi chiedono “Quando scrivi? Quanto scrivi? È difficile scrivere?”.

In apparenza uno scrittore scrive come ogni altra persona. Esempio la prima stesura dei miei romanzi nasce sempre su fogli di carta recuperati ovunque e dall’inchiostro di penne bic da trentacinque centesimi. Nella pratica scrivo come qualsiasi persona che deve prendere appunti per andare a fare la spesa: tre pacchi di pasta, due vasetti di pomodoro, una cassa d’acqua, e le birre e la frutta e la carne etc… Nella pratica. Ma poi, a muovere i pensieri di chi scrive, c’è sempre qualcosa che ha a che fare con mondi onirici, vasti, altri.

Oggi il cielo si è fatto pesante e si è appoggiato sulla mia città, questa piccola città ex operaia: Pordenone. Dalle alte montagne friulane fino al vicino mare che guarda alla Slovenia, tutto vive sotto nubi colore del ferro.

Sono uscito di casa. Ho raggiunto il solito bar. Ho salutato i vecchi che fanno da sentinelle al tempo che passa. Mi sono seduto al tavolo mio, l’ultimo della sala, quello in penombra che nessuno vuole. Ho chiesto al barista un po’ di carta e con la bic nera ho iniziato a scrivere due nuovi capitoli del romanzo che verrà.

E allora se guardo al mio lavoro, non riesco mai a rispondere con precisione alla domanda “Quando scrivi? Quanto scrivi? È difficile scrivere?”; insomma non lo so, semplicemente accade.

Accade che il cielo di ferro si appoggi sulla città, accade che ci sia della carta, accade di tenere in mano una penna e soprattutto accade che le storie arrivino. O forse sono io che vado a cercarle, in questi giorni, che sono i giorni di maggiore coraggio.

Ecco, la differenza tra fare la lista della spesa e scrivere un romanzo sta lì: nel pozzo nero e luminoso e nella volontà di entrarci.

Lo scrittore ha due capacità, o almeno dovrebbe averle: governare le parole, saper sceglierle e avere la misura di come avvicinarle tra loro, mettendo assieme quelle che in maniera naturale sono predisposte per abbracciarsi; e conoscere l’entrata e le dimensioni del proprio pozzo nero e luminoso. Lo scrittore a differenza di altri, per fortuna o per caparbietà, un giorno è riuscito a scoprire quel posto, intimo, nascosto a tutti, dove le voci sono pronte a urlare, a raccontare, a volte a cantare, anche. E lì dentro ci va d’istinto, in determinati giorni.

Il mio pozzo nero e luminoso è la classe dei “bambini indietro”, come ci chiamavano con una certa cinica poetica nel 1980.

Avevo sei anni, ero da dodici mesi orfano di padre, morto in catena di montaggio in fabbrica, di crepacuore, e orfano di madre, perennemente impegnata a lavorare per dare da mangiare al marmocchio che ero. In prima elementare ci arrivai senza sapere leggere, scrivere, e nemmeno riuscivo a comunicare nulla a nessuno. Ero un piccolo animale agitato e impaurito. Al massimo alzavo le mani in aria, le muovevo, molto, moltissimo, proprio come faccio ancora oggi durante le presentazioni.

Mi misero assieme ad altri tre bambini: insomma eravamo i quattro bambini indietro, per tutti i maestri, che poi molti anni dopo sono divenuti i Fantastici quattro in un mio romanzo.

Il mio pozzo nero e luminoso è lì, ancora adesso, in quella classe, tra quelle mura, nella paura di essere diverso e nelle dolci parole dell’unica maestra non voleva farci sentire uguali, noi quattro come tutti.

Ogni mio romanzo parte da quel banco. Da quelle giornate lunghissime e spettrali. Dove anche la primavera era invernale.

Sono convinto che ogni scrittore abbia un luogo simile nell’anima. Una paura che genera voci, e voci che generano storie, e storie che generano infine letteratura: per tutti.

Cosa siamo noi, o meglio ciò che scriviamo, se non dei portavoce, degli inviati nell’abisso diffuso e familiare, ma che pochi riescono a descrivere. Cosa siamo se non quelli che di un dolore o una gioia privata ne fanno un’emozione collettiva.

E mica è sempre tutto nero, laggiù. E se il nero nelle anime degli scrittori domina, è perché l’oscurità a ben guardare aiuta a delimitare la luce, la annuncia anche, e così le voci di laggiù molte volte accolgono, spiegano, e anche invitano alla bellezza.

I miei romanzi nascono da metà ottobre a fine febbraio. Prendono forma nelle giornate di poca luce. Se piovose meglio. Perché l’anima ha bisogno dei luoghi propri, conosciuti, intimi, dove si sente più sicura.

Allora alla domanda “Quando scrivi? Quanto scrivi? È difficile scrivere?”, viene naturale rispondere in modo forse un po’ poetico, ma è l’unico modo che conosco: sempre. Uno scrittore scrive ogni istante. Fa della propria vita la tela dove incidere le storie.

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