alcìde pierantozzi

Alcìde Pierantozzi è nato a San Benedetto del Tronto nel 1985. Dopo aver conseguito la maturità classica, frequenta la facoltà di filosofia dell'Università Cattolica di Milano. Scrive di critica letteraria e filosofica su varie riviste dall'età di 15 anni. Ha pubblicato poesie e racconti sul bimestrale ''Inchiostro''. Alcìde dice: nella requie supposta riprende la bocca sulla terra la verità la verità dall'alto filma la cattedra di una pretesa illogica ''Uno in diviso'' è il suo primo romanzo. ::mail to: alcidepierantozzi@libero.it::

UNO IN DIVISO
Formato: romanzo
Pagine: 176
Prezzo: 12,00
ISBN: 88-89920-02-5
Anno: maggio 2006
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Il talento fa paura. Il talento inquieta, ancora, persino in un tempo impassibile come il nostro. Soprattutto quando è giovane, e si presenta a noi con furia inaudita. La furia simbolica, sessuale, filosofica, omicida di questo libro, di questo romanzo struggente, infernale e paradisiaco al tempo stesso.
Taiwo e Kehinde sono gemelli siamesi. Il loro corpo dotato di due busti e di un solo paio di gambe ha la forma di una ipsilon, come la lingua di un serpente, ma lavorando come inservienti dietro il banco di un locale di incontri sessuali pochi conoscono la loro natura, la verità della loro carne. È solo la prima di una serie di immagini fulminanti, di una successione di pagine fosche e splendenti che alternano ossessioni, torture, gironi danteschi, filosofia, sangue, suggestioni horror, riferimenti pasoliniani, passaggi efferati e altri pieni di una grazia purissima, quasi infantile.
Uno in diviso: io, l’Italia, due gemelli con il corpo a forma di ipsilon, la Chiesa, l’aborto, i Pacs, l’omicidio, il terrore di uno sfruttamento fisico e intellettuale, il terrore di una spaccatura. Un romanzo che è un presagio, una fulminante premonizione. Una storia che descrive il crollo delle dicotomie contemporanee e ricorda il Pasolini degli ultimi film. Un terremoto che muove tutte le coscienze. L’autore ha vent’anni. Prima d’ora nessuno aveva mai osato tanto.

“Questo è un libro che frastorna, e al tempo stesso abbraccia e consola. Questo è un libro che qualcuno chiamerà maledetto, ma che io chiamerei nel modo contrario. Un libro benedetto dalla spada del talento, dalla luce sacra della letteratura.”
Marco Mancassola

i Vostri commenti (n° 21 totali)
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sil   04 marzo 2009
L'autore si prende tanto sul serio da rasentare il ridicolo. Scrittura macchinosa. Presuntuoso e pesante.
     
nicola   13 dicembre 2008
un pugno sui coglioni
     
Emanuele Nestelmi   23 luglio 2008
Il dramma di essere bravi il Pierantozzi ce l'ha, ok, scrive bene, stupendamente bene, e lo sa... e questo è il problema. In questo libro (che per detta del doppio protagonista narrante dovrebbe essere un libro di molta avventura e molta filosofia), i personaggi parlano, parlano, fino allo svenimento, rallentano una storia avventurosa rendendola lunga e pesante. I fatti vengono ribaditi svariate volte, così tante che viene da pensare che l'autore immagini i suoi lettori come degli stupidi con poca memoria. Alcide infioretta una storia tutto sommato esile, con una bella scrittura, molto barocca e corposa, ma se si guarda bene in profondità non c'è niente oltre quello. Lo si finisce, per carità, ma si fa fatica, ci si sente presi in giro, e in fondo non se ne ha un buon ricordo.
     
Rossano    rossano.mirra@hotmail.com   23 luglio 2008
ho letto tanto, ma veramente tanto (ho molti più anni di quello che possiate pensare) ed oggi continuo a leggere i miei 25/30 libri. Penso che non vi sia mai stata una letteratura di serie A ed una di serie B o C (e chi lo pensa a mio parere si preclude tante cose), ma che esistano semplicemente libri belli e scritti bene e libri pessimi e scritti male. Questo è un libro bellissimo e scritto bene.
     
Elisabetta Noemi    noemi_staat@gmail.com   20 luglio 2008
Questo libro è l'unico romanzo surreale italiano, ed è un vero capolavoro, riuscendo a contenere mistero, angoscia, avventura e molto altro!Ed è anche l'unico scrittore, Pierantozzi, passato a un colosso come RIZZOLI in così poco tempo. E' il capolavoro di Pierantozzi, più del secondo romanzo secondo me, e lo consiglio a tutti! P.s. I lettori alle prime armi potrebbero avere difficoltà, in quanto lo stile è molto complesso, pieno di arcaismi e ricercatezze! Nicola
     
Valerio   20 luglio 2008
un libro perfetto. una scrittura perfetta. il più alto livello di letteratura prodotto in Italia negli ultimi anni. E restano davvero solo due romanzi, su tutti: Basterebbero i "Uno in diviso" e "L'uomo e il suo amore" per l'isola deserta. Irraggiungibile!
     
Federica   20 luglio 2008
Un romanzo bellissimo. Un pugno negli occhi.
     
Tiger   25 settembre 2007
“Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più”

I.Calvino
     
lali   18 settembre 2007
L'ho letto tutto, fino all'ultima pagina altimenti non mi sarei permessa di esprimere la mia modesta opinione. Aggiungo che ho fatto fatica, molta fatica ad arrivare alla fine ma non lascio mai un libro a metà, neppure se non mi piace, ho troppo rispetto per i libri in generale. Ho rispettato anche quello di Alcide Pierantozzi anche se non sono convinta che il rispetto sia stato reciproco.
     
Ely   17 settembre 2007
Eh, no, cara Lali. Non faccia l'errore di pensare che questo libro sia uno dei tanti horror! E' arrivata alle ultime pagine? Salti e arrivi alle ultime venti pagine...
     
lali   15 settembre 2007
POSSIBILE? Mi chedo come sia possibile amare una lettura del genere che sconvolge e t'impedisce di pensare per il disgusto che provoca. La cultura è un traguardo, una ricchezza e mi pare ignominioso sbatterla sul foglio bianco e trasformarla in orrore. La dualità dell'animo umano e la laurea in sociologia possono essere utilizzate ed espresse in modo diverso. Mi auguro che, se in questo libro Pierantozzi ha voluto erudirci con le sue nozioni preziose, nel prossimo riesca a maturare e ad esprimersi in modo tale da non inorridire il lettore a tal punto da desiderare di chiudere il suo libro, per sempre.
     
Thank   19 luglio 2007
Un polpettino inutile, demenziale e pretestuoso. Blaa.
     
Michela    michelalodigiani@hotmail.com   05 luglio 2007
Per chi, come me, ha assistito alla presentazione sarda, presso Gavoi isola delle storie, di Pierantozzi e Avoledo, l'emozione è stata intensa. Parole necessarie. Sincere e vive. Michela
     
marco   04 maggio 2007
Letto il pezzo su Panorama! Grande alciii! Ce la stai facendo!!!
marco
     
Ferdinando    supergadda@libero.it   03 maggio 2007
Mi ha molto ricordato L'automa di Moravia e alcuni passi del Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Si sente che c'è alle spalle di questo lavoro un forte studio, finalmente un libro vero che non scopiazza la letteratura d'oltreoceano.
Aspetto di vedere l'autore alla dura prova del secondo romanzo!

Un abbraccio, F.
     
Carlo Maria   03 maggio 2007
Ecco un romanzo decisamente inconsueto, a metà tra irrealtà e realtà, intrigante e misterioso. Siamo di fronte ad una sorta di Henri James un po' più sociologo, ma sicuramente originale e soddisfaciente.
     
Giorgio    giorgiopuppi@hotmail.com   30 aprile 2007
Difficile, MOLTO difficile dover riconoscere a questa penna giovanssima e precoce il merito di assurgere a modello letterario (sebbene non si stia parlando di un classico) per uno che, come il sottoscritto, si è formato sui libri di Cesare Pavese e Goffredo Parise, sostenendo su quest'ultimo una impegnativa tesi di laurea. Ma bisogna farlo. Personalmente non trovo di meglio, oggi, nel nostro Paese. Come si può scrivere un romanzo tanto scomodo e al contempo tanto colto? Come si può far tremare il corpo e il cervello al contempo?
Sia dato a questo scrittore quello che merita, nella speranza che non faccia presto a bruciarsi nei "gironi" della grossa editoria e delle riviste patinate.

Giorgio
     
Gianluca    gian200@tiscali.it   23 aprile 2007
Ho letto IL GIORNALE di sabato, dove Pierantozzi e Binaghi risultano tra i sette grandi della letteratura italiana! Mi dispiace ma lo trovo troppo presto,per dirlo....un solo libro,per quanto buono, non basta.
Faccio comunque imiei complimenti all'autore e alla casa editrice che lo ha scoperto.

GianlucaSestri
     
Andrea Caterini    andreacaterini@yahoo.it   12 dicembre 2006
Ho letto il romanzo di Pierantozzi in un giorno solo e sono rimasto colpito dal vortice in cui le pagine mi spingevano. E' pur vero che mi sono trovato a condividere tutti i riferimenti letterari di Pierantozzi, primo fra tutti il Pasolini di "Porcile", "Petrolio" e quello di "Salò". Insomma il Pasolini che spinge la sua poetica all'animalità, o meglio, a una primordialità dell'umano in cui il potere diventa l'unica forma possibile di anarchia (ma è vero pure che lo stesso conoscere è anarchico, perché libero). Ma certo l'aspetto nietzscheano del Dionisiaco e dell'Apollineo è evidente ma mi porta comunque al Pasolini di "Petrolio", nella sua dualità fra Polis e Thetis, luce e ombra. Mentre leggevo pensavo al problema della colpa ma le pagine mi portavano in una direzione diversa, forse opposta, quella della conoscienza... voglio dire che se l'uomo è la dualità fatta carne, così fin dai primordi, dal giardino dell'eden, è vero pure che il male, la sua parte luciferina, va attraversato, abitato... solo così la "grazia e l'angoscia" diventano due aspetti indivisibili - l'uno si alimenta e sopravvive grazie all'altro (non diceva Berry che il due è il principio della fine, ovvero che quando ci si accorge di essere vivi si sa già che la morte ci appartiene?)
In fondo non è un sogno vacuo che l'uomo cerca di attraversare ogni giorno cercando di aprire una ferita nel presente, quindi sul Tempo, e da qui edificare la sua libertà (eterna perché caduca) affinché i posteri possano raccogliere ciò che quella verità ha lasciato in sospeso? Pochi come Pasolini, Camus, Nietzsche e Dostoevskij hanno saputo interpretare la cultura greca che non si è mai sognata di mettere da parte il corpo (come una cultura mediocre e ipocrita vorrebbe) che è già espressione dello spirito. Mi sembra che questa tradizione e questa profondità-verticalità Pierantozzi la
attraversi e la faccia sua, riuscendo a trarne un'originalità linguistica e architettonica (la struttura del romanzo e la sua possibilità di essere abitato dal lettore) che va poi a caratterizzarlo. Temo che il mio commento sia troppo lungo, ma ce ne fossero di libri come questo che danno la possibilità di fermarsi, un istante solo, il tanto che basta ad attraversare anche noi, ancora una volta, il sogno che abbiamo dimenticato.
     
Ciro   30 ottobre 2006
Romanzo prodigioso...
     
Pietron Fratta   07 settembre 2006
Credo che dopo questa recensione un lettore curioso e affamato di nuovo abbia almeno un'idea chiara in più per una futura enstusiasmante lettura; come il sottoscritto.